Antonio Gramsci, Gli Indifferenti

Seguendo le ricerche di una compagnia teatrale, impegnata nella messa in scena di uno spettacolo sulla resistenza, ho avuto modo di rileggere un testo di Antonio Gramsci, “Gli indifferenti”.

Il testo è comparso l’11 febbraio 1917, quando l’autore aveva 26 anni (Gramsci era classe 1891), su “La Città futura”, opuscolo di cui ha curato l’intera stesura, in numero unico pubblicato dalla Federazione giovanile socialista piemontese.

Nel leggere testi “comunisti” tendiamo tutti a farci condizionare da quello che è il portato politico del movimento, quindi, chi si sente lontano da quel tipo di pensiero tende a rifiutare tutto a priori, chi invece vi si sente vicino tende trovarci richiami ai sottotesti più vari.

In entrambi i casi, si travisa tutto.

Mi trovo in questa situazione, ad esempio, quando discuto di “massimi sistemi” nel campo dell’urbanistica: a mio parere un testo indispensabile per lo studio di quella materia è “La situazione della classe operaia in Inghilterra” di Engels, ma appena provo ad avviare la discussione sull’argomento il canale comunicativo viene ostruito da una colossale mole di preconcetti o pregiudizi (a seconda delle convinzioni dell’interlocutore) e quindi, alla fine, non si arriva da nessuna parte.

Per cercare di limitare il problema, provo a dare alcune informazioni preliminari e a spiegare cosa ci vedo io.

Nel testo si parte con “credo come Federico Hebbel che ‘vivere vuol dire essere partigiani’”.

Questo periodo è la chiave del testo: se lo si intende sulla base di preconcetti si travisa tutto.

Gramsci nomina Federico (o meglio Friederich) Hebbel, un poeta e drammaturgo tedesco, vissuto in pieno ‘800, autore, tra le altre cose, di una raccolta di aforismi e scritti vari (il “Diario” di Friedrich Hebbel) in cui compare l’aforisma “Leben heißt parteiisch sein”, che, tradotto in italiano, diventa “Vivere vuol dire essere partigiani”, la frase che l’autore cita.

La parola “partigiano” oggi ha un significato ben preciso, che richiama la Resistenza e la Liberazione. Prima della seconda guerra mondiale e prima dell’ascesa del fascismo (lo scritto è del 1917) la frase “essere partigiano” poteva essere utilizzata solo nella sua accezione aurorale di “sposare una causa”, “prender posizione”, “portare avanti le proprie convinzioni”, “avere una visione del mondo, crederci e lottare per portarla avanti”, diversa dall’accezione odierna, che è più specifica.

Quindi, lo scritto non può essere visto in ottica partitica come l’elogio di chi partecipa alla lotta di una fantomatica “protoresistenza” (intesa secondo i canoni odierni), ma deve essere considerato come un’esortazione ai giovani a ragionare con la loro testa, crearsi una visione del mondo che ritengono giusta e in cui credono fino in fondo e sforzarsi in tutti i modi per trasformarla in realtà, convincendo gli altri della sua bontà (“parteggiare” per le proprie idee).

Almeno, questo è quello che ci vedo io.

Buona lettura.

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.