Uno studio sullo stato dell’arte e sull’evoluzione del sistema infrastrutturale urbano

Il concetto di verde urbano è profondamente mutato nel tempo, evolvendo da quello che nell’Ottocento era considerato principalmente un elemento funzionale all’igiene, se non mero abbellimento, fino a diventare uno strumento infrastrutturale di rigenerazione urbana.

L’approccio orientato alle infrastrutture verdi, infatti, configura oggi un paradigma di pianificazione urbana che integra elementi naturali e seminaturali nel tessuto cittadino per fornire servizi ambientali, sociali ed economici, con ritorni rilevanti in termini di vivibilità degli spazi urbani, efficientamento del microclima cittadino e prevenzione sanitaria.

Questo approccio ha acquisito rilevanza crescente nelle politiche europee e nazionali, che tuttavia ne hanno veicolato i principi puntando l’attenzione più sul contributo che esso offre al contrasto alla perdita di biodiversità, alla “resilienza” ai cambiamenti climatici, e alle finalità di “equità sociale”, come “risposta alle sfide poste dai cambiamenti climatici” e come “elemento centrale per la transizione ecologica”, che sui vantaggi di carattere infrastrutturale, riscontrabili fin dal breve periodo, nell’ambito delle politiche di sviluppo e rigenerazione urbana.

Al dilà delle prese di posizione ideologiche,  che hanno purtroppo caratterizzato le politiche ambientali del continente per due generazioni e che non potevano non contaminare anche il particolare contesto oggetto di questo lavoro, in ambito sistemico le componenti infrastrutturali biologiche offrono strumenti estremamente efficaci per la gestione degli insediamenti, ma per implementarle è necessario un cambio di mentalità da parte degli enti locali rispetto alla dislocazione e alla qualificazione delle dotazioni territoriali, nonché un ritorno alla centralità della pianificazione come elemento di sviluppo e non meramente conservativo, dei contesti cittadini e rurali.

In questo lavoro voglio offrire un piccolo sunto sul panorama normativo e sulla reale applicazione di questo paradigma nelle politiche del territorio nel nostro paese. In quest’ottica farò ampio riferimento al rapporto OCSE del 2023 “Un approccio integrato alle infrastrutture verdi in Italia” che fornisce un quadro aggiornato della situazione nazionale, evidenziando i progressi compiuti e le criticità persistenti.

Sommario

L’evoluzione del concetto di verde urbano

Il concetto di verde urbano è profondamente mutato nel corso del tempo, trasformandosi da semplice elemento decorativo a componente strategica del sistema urbano. Secondo la Strategia europea “Infrastrutture verdi – Rafforzare il capitale naturale in Europa” COM (2013) 249, le infrastrutture verdi costituiscono “una rete di aree naturali e seminaturali pianificata a livello strategico con altri elementi ambientali, progettata e gestita in maniera da fornire un ampio spettro di servizi ecosistemici”. Questa definizione include gli spazi verdi e blu che si estendono dalle aree terrestri a quelle marine, presente sia in contesti rurali che urbani.

È importante distinguere tra due concetti complementari che il rapporto OCSE chiarisce con precisione. Il termine “infrastrutture verdi” si riferisce a uno strumento di pianificazione strategica volto a garantire che la salvaguardia della biodiversità, i servizi ecosistemici e le reti ecologiche siano considerati fin dall’inizio nei piani di sviluppo territoriale. Il termine “soluzioni basate sulla natura” (SBN) indica invece applicazioni specifiche a livello progettuale che utilizzano materiali naturali e meccanismi che imitano i processi della natura, come tetti verdi, pareti vegetali o pavimentazioni permeabili. La distinzione non è accademica ma operativa: a differenza delle infrastrutture grigie tradizionali, progettate per raggiungere un solo scopo specifico, le infrastrutture verdi e le SBN possono svolgere più funzioni contemporaneamente e a costi comparativi molto bassi, creando benefici per le persone, la natura e l’economia.

La trasformazione concettuale è evidente se consideriamo che nell’Ottocento il verde era percepito principalmente come elemento di igiene e svago (loisir), mentre oggi viene riconosciuto come strumento di contrasto alla perdita di biodiversità, di rigenerazione urbana, di resilienza ai cambiamenti climatici, di equità sociale e prevenzione sanitaria. Parallelamente, si è diversificata la gamma progettuale delle aree verdi, arricchendosi di nuove tipologie che vanno oltre i tradizionali parchi, giardini e viali alberati per includere tetti e pareti verdi, microforeste urbane, parchi lineari, giardini tascabili (pocket parks), boschi verticali e rain garden.

Questi elementi costituiscono le tessere di un mosaico di naturalità diffusa, parte della grande famiglia delle infrastrutture verdi e blu e delle soluzioni basate sulla natura (Nature Based Solutions – NBS). Il cambiamento si riflette anche nella diversa funzione assunta dalle aree verdi nell’ambito della pianificazione urbanistica e territoriale, ora concepite non più solo in termini quantitativi come compendio agli standard urbanistici del Decreto ministeriale n.1444 del 1968, ma come asset strategici per la sostenibilità degli insediamenti urbani e la qualità della vita umana.

Tuttavia, come evidenzia l’OCSE, la conoscenza e l’implementazione di questi strumenti rimangono limitate a causa di diverse criticità legate sia alle caratteristiche intrinseche delle infrastrutture verdi, sia alla presenza di un quadro istituzionale, normativo e regolatorio che non facilita né incentiva adeguatamente la loro realizzazione.

Il quadro normativo europeo e le strategie comunitarie

Nell’ambito del quadro normativo europeo, le infrastrutture verdi si inquadrano all’interno degli obiettivi relativi al c.d. “Green Deal” e risentono quindi delle forti deficienze che affliggono tale politica, caratterizzata da una forte impronta ideologica e dotata di un calendario di base poco realistico, divenuto del tutto incompatibile con il “principio di realtà”  a seguito delle vicende geopolitiche degli ultimi anni.

Questo non ha tuttavia impedito la formulazione di una serie di principi e obiettivi di massima condivisibili.

Nel complesso, l’Europa ha sviluppato un articolato sistema di politiche per promuovere le infrastrutture verdi.

Il Libro bianco sull’adattamento ai cambiamenti climatici COM (2009) 147 ha rappresentato un momento fondamentale, riconoscendo chiaramente la dipendenza della società umana dalla biodiversità e dai servizi ecosistemici. Il documento prevedeva esplicitamente un ruolo positivo per le infrastrutture verdi, sostenendo che “sfruttare la capacità della natura di assorbire o controllare gli impatti nelle zone urbane e naturali può essere una soluzione di adattamento più efficiente rispetto al fatto di trattare unicamente l’aspetto delle infrastrutture fisiche“.

La Strategia europea sulla biodiversità per il 2030, pubblicata dalla Commissione nel maggio 2020, oltre a stabilire obiettivi di difficile attuazione pratica, come la proposta di “piantare almeno tre miliardi di alberi supplementari entro il 2030“, attribuisce particolare importanza al tema delle infrastrutture verdi nelle aree urbane e periurbane, riconoscendo che esse “riducono l’inquinamento atmosferico, idrico e acustico, proteggono da inondazioni, siccità e ondate di calore e conservano il legame tra l’uomo e la natura“.

Un aspetto particolarmente significativo della strategia (che si è tuttavia scontrato con la dura realtà)  è l’invito rivolto dalla Commissione alle città europee di almeno 20.000 abitanti a elaborare entro la fine del 2021 piani ambiziosi di inverdimento urbano. A parte le tempistiche di attuazione del tutto irrealistiche questi piani dovrebbero includere misure per creare boschi, parchi e giardini accessibili e ricchi di biodiversità, orti urbani, tetti e pareti verdi, strade alberate, prati e siepi, contribuendo anche a migliorare i collegamenti tra gli spazi verdi ed eliminando l’uso di pesticidi e altre pratiche dannose per la biodiversità (salvo poi tacere su come reperire sistemi altrettanto validi per limitare la proliferazione di insetti e, in generale, fauna e flora invasiva).

L’Agenda urbana per l’UE, stabilita dal Patto di Amsterdam del 2016, ha identificato tra i temi prioritari l’uso sostenibile del suolo e le soluzioni basate sulla natura, creando partnership specifiche come “Sustainable land use and nature-based solutions” e “Greening cities“. Quest’ultima è particolarmente focalizzata sulle infrastrutture verdi e blu urbane, con l’obiettivo di creare legami forti con altri settori chiave delle politiche ambientali quali la mobilità sostenibile, la gestione della risorsa idrica, la tutela della biodiversità e il contrasto al cambiamento climatico.

Il Regolamento europeo sul ripristino della natura (Nature restoration regulation Reg. EU 2024/1991), entrato in vigore il 18 agosto 2024, rappresenta forse l’iniziativa più ambiziosa (e tuttavia meno velleitaria, se non altro nelle tempistiche), stabilendo obiettivi vincolanti specifici per gli ecosistemi urbani. Il testo prevede che entro il 2030 non si registri alcuna perdita netta di spazi verdi urbani né di copertura arborea urbana rispetto al 2021, mentre entro il 2040 la superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani dovrebbe aumentare di almeno il 3% rispetto al 2021, e di almeno il 5% entro il 2050. Inoltre, tutti i centri urbani dovrebbero garantire la presenza di almeno il 10% di copertura arborea entro il 2050.

Un elemento particolarmente rilevante evidenziato dal rapporto OCSE, uscito mentre il regolamento era ancora in gestazione, è l’introduzione della Tassonomia dell’UE e del principio “non recare danno significativo” (DNSH). Tutti i nuovi investimenti infrastrutturali finanziati dall’UE devono dimostrare di contribuire positivamente ad almeno uno dei sei obiettivi ambientali definiti dalla Commissione (mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, economia circolare, risorse idriche, inquinamento, biodiversità ed ecosistemi) e di non causare danni significativi agli altri obiettivi.

L’Italia e la prima legislazione nazionale sul verde urbano

L’Italia ha introdotto la prima normativa nazionale dedicata al verde urbano con la legge n.10 del 14 gennaio 2013 “Norme per lo sviluppo di spazi verdi urbani”.

Questo testo normativo doveva rappresentare, nelle fantasie del legislatore, un primo  punto di partenza per valorizzare il ruolo fondamentale svolto dagli spazi verdi nelle città, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche sociale e culturale, rimettendo al centro le amministrazioni locali quali attori chiave per le politiche di tutela e sviluppo delle aree verdi cittadine.

La normativa, prima di tutto, ha introdotto due strumenti “innovativi” di sicura efficacia pratica.

Innanzitutto, ha riconosciuto il 21 novembre quale Giornata nazionale degli alberi. Questa giornata è finalizzata a creare attenzione sull’importanza degli alberi, specialmente nei contesti urbanizzati, per “promuovere la conoscenza dell’ecosistema boschivo, il rispetto delle specie arboree ai fini dell’equilibrio tra comunità umana e ambiente naturale, l’educazione civica e ambientale sulla legislazione vigente, nonché per stimolare un comportamento quotidiano sostenibile al fine della conservazione delle biodiversità“.

Un secondo aspetto “innovativo” è l’introduzione dell’obbligo per i comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti di porre a dimora un albero per ogni neonato residente e minore adottato, accompagnato dalla realizzazione di un bilancio arboreo a fine mandato del sindaco. Questo strumento permette di indicare il rapporto tra il numero degli alberi piantati in aree urbane di proprietà pubblica all’inizio e al termine del mandato, dando conto dello stato di consistenza e manutenzione delle aree verdi urbane di competenza comunale.

Fortunatamente il legislatore ha pensato anche a qualche misura meno petalosa. 

La legge ha infatti istituito il Comitato per lo sviluppo del verde pubblico presso il Ministero dell’Ambiente, assegnandogli il compito di proporre un Piano nazionale che fissi criteri e linee guida per la realizzazione di aree verdi e di predisporre una relazione annuale da trasmettere alle Camere entro il 30 maggio di ogni anno per rendicontare lo stato di attuazione della normativa di settore.

Il Comitato, dopo un periodo di gestazione, nel 2017 ha approvato le “Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile”, seguite nel 2018 dalla “Strategia Nazionale del Verde Urbano. Foreste urbane resilienti ed eterogenee per la salute e il benessere dei cittadini“, presentata al primo Forum mondiale sulle foreste urbane tenutosi a Mantova dal 28 novembre al 1 dicembre 2018.

La Strategia nazionale si distingue per l’approccio che va oltre la tradizionale pianificazione per standard. Nonostante la legge parlasse di Piano, il Comitato ha dato un’interpretazione trasversale alla lettera legislativa ed ha scelto di elaborare invece una strategia prevedendo espressamente che “non si tratta … di un piano territoriale propriamente detto, in quanto non ha un impatto diretto sul territorio, ma stabilisce i criteri cui devono attenersi e le modalità con cui devono agire le amministrazioni interessate alla redazione di autentici piani territoriali“.

La Strategia si basa su tre elementi essenziali: passare da metri quadrati a ettari, ridurre le superfici asfaltate, adottare le foreste urbane come riferimento strutturale e funzionale.

Gli obiettivi strategici identificati sono la tutela della biodiversità e dei servizi ecosistemici, la resilienza ai cambiamenti climatici e il miglioramento del benessere dei cittadini.

Nonostante questi sforzi normativi, il rapporto OCSE evidenzia come l’Italia disponga di un quadro politico che promuove la sostenibilità negli investimenti infrastrutturali, ma la nozione di sostenibilità adottata non sempre tiene in considerazione aspetti chiave per le infrastrutture verdi. Mentre indicatori come le emissioni di gas serra, il rumore e la biodiversità sono solitamente considerati, l’impatto delle infrastrutture sui servizi ecosistemici, sia positivo che negativo, non è ancora prassi consolidata.

In pratica l’approccio italiano è molto in linea con le politiche green continentali, ma poco orientato al concetto di “servizi ecosistemici”, poco “infrastrutturale”.

L’urgenza climatica: un contesto che cambia

Il rapporto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 2022 “Cambiamenti Climatici, Infrastrutture e Mobilità” documenta come l’Italia debba agire con urgenza per mitigare i cambiamenti climatici e adattarsi ai loro impatti. I dati ISPRA mostrano che la temperatura media italiana è aumentata di circa 2,4°C rispetto al periodo preindustriale, ben al di sopra della media globale di 1,1°C. Gli eventi meteorologici estremi sono diventati più frequenti e intensi: ondate di calore, precipitazioni intense, siccità prolungate colpiscono regolarmente il territorio nazionale.

Il Rapporto Città Clima 2021 di Legambiente documenta l’accelerazione di questi fenomeni nelle aree urbane, dove gli effetti dei cambiamenti climatici sono amplificati dall’isola di calore urbana e dall’elevata concentrazione di popolazione e infrastrutture. Gli asset infrastrutturali hanno già subito gravi danni e perdite, e si prevede che l’impatto sia destinato a crescere.

In questo contesto, considerare il cambiamento climatico e i suoi effetti nel processo decisionale per gli investimenti pubblici è diventato (nella percezione) urgente e in questo contesto le infrastrutture verdi e le soluzioni basate sulla natura rappresentavano strumenti concreti per indirizzare il settore delle infrastrutture.

I servizi ecosistemici: la base scientifica delle infrastrutture verdi

Dal punto di vista scientifico, i temi del capitale naturale e dei servizi ecosistemici non sono nuovi. Tappe fondamentali sono stati il lavoro pioneristico dello staff di Robert Costanza del 1997, che ha stimato in termini economici il valore totale dei servizi prodotti dagli ecosistemi sul pianeta, e il rapporto finale del Millennium Ecosystem Assessment del 2005, che è comunemente riconosciuto la più completa rassegna dei servizi ecosistemici nel mondo (anche se andrebbe contestualizzata all’epoca).

Il Millennium Ecosystem Assessment ha organizzato i servizi ecosistemici secondo uno schema interpretativo che è tuttora uno standard internazionale e prevede quattro grandi categorie:

  1. servizi di supporto alla vita, che includono la formazione dei suoli, la fotosintesi e i cicli naturali, costituendo la base fondamentale per tutti gli altri servizi;
  2. servizi di produzione che comprendono cibo, legno ed altre fibre, sostanze chimiche e acqua, ovvero i beni materiali che gli ecosistemi forniscono direttamente;
  3. servizi di regolazione che riguardano il controllo del microclima, dei flussi idrici, l’autodepurazione, l’impollinazione e molti altri processi che mantengono l’equilibrio ambientale;
  4. servizi culturali che includono la fruibilità ricreativa, l’identità dei luoghi, i valori estetici e spirituali che derivano dal rapporto con la natura.

Questi servizi sono rivolti ai sistemi eco-territoriali nel loro complesso, non solo agli ambienti naturali.

Le previsioni internazionali indicano il permanere di una tendenza alla progressiva espansione delle aree urbanizzate: le città sono quindi i luoghi dove emergono i problemi ma anche quelli dove trovare le soluzioni.

Ciò richiede, come accennato all’inizio di questo scritto, un cambiamento nelle pratiche urbane e un rinnovato rapporto con quelle periurbane, utilizzando l’approccio ecosistemico e i servizi offerti dagli ecosistemi anche per il miglioramento della resilienza dei sistemi insediati.

In ambito urbano, i servizi ecosistemici stanno cominciando a essere oggetto di attenzione sia nella pianificazione territoriale che nei processi di progettazione.

La Commissione Europea fin dal 2011 (si veda “Biodiversità 2020″ COM(2011) 244) testimonia il crescente ruolo che va assumendo anche in Europa il ricorso a risposte di adattamento e mitigazione basate sull’approccio ecosistemico. L’attuazione di tale prospettiva attraverso un uso significativo delle infrastrutture verdi anche in ambito urbano è promossa da molto tempo in diversi Paesi europei ed extraeuropei.

Tuttavia, come sottolinea il rapporto OCSE, mentre per le infrastrutture grigie siamo abituati a fare analisi costi-benefici dettagliate, per le infrastrutture verdi spesso non si quantificano adeguatamente i benefici multipli che esse producono, né si soppesano adeguatamente i costi intervenuti con i costi evitati, anche in ottica quadridimensionale (il mantenimento di lungo periodo). Questo problema metodologico porta a sottovalutare sistematicamente l’investimento nel verde, favorendo di fatto le soluzioni tecnologiche tradizionali.

Dieci anni di applicazione: risultati e criticità

L’analisi dei risultati della legge n.10 del 2013 a oltre dieci anni dalla sua approvazione, condotta sui 109 comuni capoluogo di provincia e città metropolitana, rivela un quadro articolato di progressi nelle misure più di facciata e persistenti criticità nelle misure più concrete.

Partendo dalle misure petalose introdotte dalla norma, si è verificato l’aumento dei comuni che aderiscono alla Giornata nazionale degli alberi, passati dal 55,3% nel 2014 al 75,2% nel 2021, il che evidenzierebbe una la crescente sensibilizzazione verso i temi del verde urbano, se non altro lato amministrazioni comunali.

Ancora, il 50,5% dei comuni adempie all’obbligo di piantare un albero per ogni nato e minore adottato nel 2021, rispetto al 28,4% del 2014, con un numero di alberi piantati che è passato da circa 28.000 a 69.000. Lo strumento del bilancio arboreo interessa più della metà dei comuni capoluogo nel 2021.

Passando alle misure più pratiche, per quanto riguarda gli strumenti di governo del verde, il censimento risulta realizzato nel 93% dei comuni nel 2021, anche se nel 46% dei casi esso interessa solo una parte del territorio comunale. Dove il censimento è stato realizzato, nel 69% dei casi i dati sono stati georeferenziati e nella maggioranza dei comuni è stato elaborato o aggiornato tra il 2016 e il 2021. Il regolamento del verde risulta approvato nel 66% dei comuni capoluogo, nella grande maggioranza dei casi riguardando sia il verde pubblico che quello privato.

Sul piano invece delle misure più orientate al raggiungimento di obiettivi concreti si coagulano importanti criticità e ritardi.

Il Piano del verde, strumento volontario ma con valenza strategica fondamentale, risulta approvato solo in nove comuni capoluogo, pari all’8% del totale. Questo dato neutralizza totalmente i segnali positivi che le anime gentili ricollegano alle giornate dell’albero e alle iniziative “una pianta per un neonato” e rivela il ritardo preoccupante dei maggiori comuni italiani nell’integrare i temi del verde e della natura in città nell’ambito della pianificazione urbanistica generale.

Altro dato che conferma la tendenza è quello relativo alla disponibilità di verde pubblico pro-capite nei comuni capoluogo, che è aumentata solo del 3,8% nel periodo 2014-2021, passando da 31,3 metri quadrati per abitante nel 2014 a 32,5 metri quadrati nel 2021, con un incremento di appena 1,2 metri quadrati. Anche la densità media di verde pubblico sulla superficie comunale non supera il 3% al 2021, con un incremento di appena 0,10 punti percentuali rispetto al 2011.

Particolarmente preoccupante (e in gran parte inspiegabile) è la persistenza dell’accelerazione del consumo di suolo (inteso come nuovo suolo inedificato). I dati di ISPRA e del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, contenuti nel Rapporto sul consumo di suolo del 2023, mostrano che il consumo di suolo non rallenta più da due anni e nel 2022 accelera bruscamente, tornando a correre a ritmi che in Italia non si vedevano da più di dieci anni. I fenomeni di trasformazione del territorio agricolo e naturale in aree artificiali hanno così sfiorato i 2,3 metri quadrati al secondo e riguardato quasi 72,5 km²  quadrati in un solo anno, il 10% in più rispetto al 2021, nonostante la diminuzione della popolazione.

E i dati del rapporto 2025 non migliorano: i km² di suolo consumati nel 2024 sono 83,7, pari a 2,7 m² al secondo, dato che conferma l’accelerazione del trend.

Il rapporto OCSE conferma queste criticità, evidenziando come nonostante i recenti sforzi per migliorare le prestazioni ambientali degli investimenti pubblici, l’Italia debba alzare l’asticella per garantire davvero un’implementazione più diffusa e omogenea delle infrastrutture verdi su tutto il territorio nazionale.

Il groviglio istituzionale: un problema di governance

Uno degli aspetti più critici evidenziati dal rapporto OCSE riguarda l’assetto istituzionale italiano per le infrastrutture verdi. Molti attori sono coinvolti nella pianificazione e implementazione, ma i loro ruoli e responsabilità spesso si sovrappongono, creando confusione e inefficienze.

Dal momento che le infrastrutture verdi riguardano diversi settori, attraversano diverse aree geografiche e giurisdizioni, richiedono l’impegno e la collaborazione di una comunità politica e di operatori diversi. La creazione di spazi verdi per ridurre le inondazioni, per esempio, richiede la cooperazione delle agenzie di pianificazione territoriale, degli attori privati, delle autorità per l’edilizia, per la protezione ambientale e per la gestione delle acque a tutti i livelli di governo.

Tuttavia, come vuole la tradizione nostrana, gli stakeholder nazionali e locali tendono a lavorare in silos e la collaborazione e il coordinamento tra agenzie settoriali e livelli di governo è spesso limitato. Per questo motivo, secondo l’OCSE è fondamentale definire un quadro istituzionale che incoraggi il coordinamento, la cooperazione e lo scambio di conoscenze tra agenzie, settori e livelli di governo, in altre parole semplificazione istituzionale, cosa non semplice da attuare sulla base della legislazione vigente in materia di governo del territorio.

Un’altra criticità fondamentale evidenziata dall’OCSE riguarda la capacità tecnica. Un’indagine condotta dall’organizzazione ha rilevato come la disponibilità di capacità tecniche per la progettazione, implementazione e monitoraggio delle infrastrutture verdi e la limitata consapevolezza dei benefici forniti dai servizi ecosistemici nelle agenzie pubbliche siano i principali ostacoli alla pianificazione e allo sviluppo delle infrastrutture verdi. La mancanza di guide specifiche aggrava ulteriormente la situazione, facendo sì che gli interventi siano realizzati principalmente nelle città di maggiori dimensioni, che possono attingere a un pool di esperti e risorse più ampio.

L’approccio integrato dell’OCSE: sei pilastri per l’attuazione

Sulla base delle lezioni apprese e delle buone pratiche internazionali, l’OCSE ha definito un approccio integrato alle infrastrutture verdi che considera l’intero ciclo di vita dei progetti infrastrutturali e si sviluppa intorno a sei pilastri principali.

Il primo pilastro riguarda la definizione di un quadro istituzionale chiaro che descriva i ruoli e le responsabilità dei diversi attori coinvolti, incoraggi la collaborazione e lo scambio di informazioni, fornisca una guida alla pianificazione e implementazione, e preveda la creazione e lo sviluppo delle competenze tecniche necessarie. L’OCSE propone una checklist dettagliata che include elementi istituzionali (responsabilità per le diverse fasi, meccanismi di coordinamento, partnership, formazione) e fattori politici (mandato chiaro, coerenza tra politiche settoriali, narrativa comune, metodologie di misurazione, inventario del capitale naturale).

Il secondo pilastro prevede l’integrazione delle infrastrutture verdi negli strumenti di regolamentazione e pianificazione, sia a livello nazionale che subnazionale. Non si tratta di un’opzione volontaria, ma di una componente obbligatoria della pianificazione territoriale.

Il terzo pilastro riguarda l’utilizzo degli strumenti di finanziamento esistenti o lo sviluppo di nuovi meccanismi per promuovere le infrastrutture verdi. Il PNRR italiano ha introdotto requisiti di sostenibilità legati al principio DNSH e valutazioni del rischio climatico, rappresentando un passo importante ma non ancora sufficiente.

Il quarto pilastro promuove le soluzioni basate sulla natura nella pianificazione, valutazione e definizione delle priorità dei progetti infrastrutturali, combinando strumenti tradizionali con metodi innovativi. Il nuovo sistema italiano di valutazione ex-ante (SIMS) e il progetto di fattibilità rappresentano strumenti importanti, ma devono essere ulteriormente rafforzati nell’integrazione delle considerazioni ecosistemiche.

Il quinto pilastro riguarda lo sviluppo di strumenti e strategie per facilitare l’approvvigionamento delle SBN da parte delle amministrazioni pubbliche. Questo rappresenta una sfida particolare: come si scrive un capitolato per una foresta urbana? Quali sono i criteri di valutazione? Come si monitora l’esito?

Il sesto pilastro prevede il monitoraggio e la manutenzione dei progetti durante l’intero ciclo di vita per garantire il raggiungimento dei risultati attesi e intervenire dove necessario. Questo aspetto è particolarmente critico per le infrastrutture verdi, che richiedono cure continue per mantenere la loro funzionalità.

Esperienze di pianificazione locale: alcuni modelli virtuosi

Nonostante le criticità generali, l’Italia presenta, secondo l’Organizzazione, alcuni esempi virtuosi di pianificazione strategica del verde urbano che possono servire da modello per altri territori.

Torino

Il Piano strategico dell’infrastruttura verde del Comune di Torino, approvato nel marzo 2021, rappresenta un esempio particolarmente significativo di pianificazione fortemente integrata.

Il Piano torinese nasce dalla forte volontà dell’amministrazione di definire una visione complessiva volta a massimizzare i molteplici servizi ecosistemici forniti dall’intero sistema dell’infrastruttura verde. Questo include il verde ricreativo insieme alle alberate storiche, la collina torinese e la sua foresta urbana, gli ambienti fluviali, quelli coltivati e il patrimonio di aree libere. L’approccio metodologico si distingue per il rigore analitico, ispirato in parte dal lavoro pionieristico di green printing svolto dal gruppo Trust for Public Land negli Stati Uniti, finalizzato alla costruzione di un sistema di conoscenza capace di andare oltre i confini comunali.

Il Piano si articola in dieci capitoli, accompagnati da sette allegati che contengono le tavole del Piano, i dati e le informazioni di supporto, gli approfondimenti tecnici sulle vulnerabilità climatiche e la valutazione dei servizi ecosistemici dei boschi collinari. Il cuore del Piano è costituito dai capitoli che approfondiscono specifiche funzioni e ruoli del verde all’interno del contesto urbano, sviluppando sei strategie principali che spaziano dal patrimonio arboreo alla gestione delle acque superficiali secondo il concetto di “città spugna”, dalla biodiversità all’accessibilità dei parchi, dagli itinerari ludico-culturali all’agricoltura urbana.

Il caso di Torino rappresenta un modello di pianificazione che permette alle future amministrazioni di attuare le strategie di sviluppo dell’infrastruttura verde ottimizzando i servizi ecosistemici per garantire il benessere della cittadinanza. Si tratta di uno strumento con chiare modalità di implementazione, attraverso interventi di forestazione urbana e di adattamento del tessuto urbano con soluzioni basate sulla natura.

Padova

Anche il Comune di Padova ha sviluppato un approccio innovativo con il Piano del verde comunale approvato nell’aprile 2022. Questo strumento strategico per conoscere, censire, valorizzare, tutelare e progettare il verde della città nasce da un significativo investimento in termini progettuali e da una volontà politica volta ad aumentare la dotazione di verde di prossimità per ogni cittadino, non solo dal punto di vista quantitativo ma anche qualitativo.

Il Piano padovano si distingue per il processo partecipativo che ha caratterizzato la sua elaborazione, coinvolgendo soggetti istituzionali, ricercatori e università, rappresentanti delle categorie professionali ed economiche, esperti, associazioni ambientali e cittadini. Tra i criteri guida del documento vi è l’attenzione al consumo di suolo, un tema molto critico per la città dove circa il 50% del suolo comunale risulta consumato nel 2022.

Quattro casi di studio

Il rapporto OCSE analizza inoltre quattro casi studio significativi. Il Nodo Verde di Bari rappresenta un approccio innovativo alla rigenerazione urbana, prevedendo la creazione di una rete di spazi verdi interconnessi. La linea M4 di Milano dimostra come le infrastrutture di trasporto possano integrare soluzioni verdi, con migliaia di alberi piantati lungo il tracciato. La diga di Ridracoli in Emilia-Romagna mostra come anche infrastrutture tradizionalmente “grigie” possano essere gestite con attenzione alla sostenibilità ambientale. La linea ferroviaria Palermo-Messina ha sperimentato l’integrazione di misure di compensazione ambientale e la creazione di corridoi ecologici.

Infrastrutture verdi e trasporti

Un aspetto fondamentale evidenziato dal rapporto OCSE riguarda l’integrazione tra infrastrutture verdi e trasporti. Le infrastrutture lineari (strade, ferrovie) attraversano territori vasti e possono fungere da barriere o, se ben progettate, da corridoi ecologici. La differenza è sostanziale per la connettività ecologica del territorio, nonché, si aggiunge, per la tutela dei valori paesaggistici del contorno.

I casi della M4 di Milano e della Palermo-Messina dimostrano che è possibile integrare soluzioni verdi fin dalla fase di progettazione, ma serve una volontà precisa di considerare questi aspetti dall’inizio, non come “compensazioni” aggiunte alla fine per soddisfare i requisiti della Valutazione di Impatto Ambientale.

Il nuovo sistema di valutazione ex-ante dei progetti pubblici introdotto in Italia prevede che i proponenti redigano un progetto di fattibilità che comprenda una valutazione lungo le dimensioni chiave: economica, finanziaria, sociale, ambientale, istituzionale e di governance. Per la dimensione ambientale, viene valutato il contributo sostanziale ai sei obiettivi della Tassonomia UE e la conformità al principio DNSH. Inoltre, il progetto include una stima dell’impronta di carbonio per la fase di costruzione e una valutazione del bilancio delle emissioni lungo l’intero ciclo di vita.

Tecniche innovative di implementazione

L’evoluzione delle pratiche di rinaturazione urbana ha portato allo sviluppo di approcci che vanno oltre i tradizionali interventi di ingegneria naturalistica. Gli “ecosistemi filtro” rappresentano una di queste innovazioni, costituiti da nuove unità ambientali che non si limitano a raggiungere obiettivi progettuali univoci di disinquinamento, ma producono anche performance ecologiche complessive, compreso lo sviluppo di una biodiversità locale specifica.

Nel campo della depurazione delle acque, si passa dalla fitodepurazione tradizionale, che si traduce in impianti tecnologici che pur si avvalgono di elementi vegetali, a ecosistemi palustri polivalenti capaci di produrre valenze per la biodiversità, per l’idraulica e per la fruizione. In Italia, esempi storici sono gli ecosistemi filtro realizzati a servizio dei depuratori pubblici della Val Trebbia nei Comuni di Bobbio e Perino.

Un’altra tecnica innovativa è il préverdissement, sviluppata in Francia e descritta nei lavori di Guinaudeau del 1987 (C. Guinaudeau, “Planter aujourd’hui, bâtir demain : le préverdissement”, Institut pour le developpement forestier. Paris – 1987). Questa tecnica antepone la realizzazione di interventi ambientali a quella delle opere, con lo scopo di migliorare l’efficacia del loro inserimento nell’ambiente e ridurre le pressioni dovute alle fasi di costruzione ed esercizio. Il vantaggio principale del préverdissement risiede nel fatto che le funzioni svolte dalla vegetazione possono manifestarsi immediatamente, molto prima della fine dei lavori, eliminando gli svantaggi legati alle aree urbane abbandonate in attesa della realizzazione di lavori.

In Italia esistono alcune esperienze interessanti di préverdissement, come quella programmatica e attuativa effettuata con il piano urbanistico del Comune di Segrate, che ha introdotto il principio tra le strategie di sviluppo assegnando a questa tecnica una valenza sistemica e strategica.

L’esperienza di EXPO 2015, al netto delle polemiche relative agli sviluppi successivi delle aree, ha permesso di sviluppare e sperimentare il concetto di “Programma di Ricostruzione Ecologica Bilanciata” (PREB). Il provvedimento di VIA per EXPO 2015 ha subordinato il giudizio di compatibilità ambientale positivo al rispetto di prescrizioni che includevano l’obbligo di realizzare 159,5 ettari equivalenti di nuovo Valore Ecologico a titolo compensativo rispetto a quello consumato dal progetto, definiti applicando il metodo regionale STRAIN.

L’attuazione di tale obiettivo è stata effettuata attraverso il PREB compensativo, che prevedeva un complesso di interventi di rinaturazione polivalente distribuiti nel contesto territoriale di Expo e collegati alla Rete Ecologica Regionale. L’esperienza pilota del PREB ha permesso di approfondire alcuni aspetti critici delle questioni affrontate, ancora considerati problematici nel dibattito sullo sviluppo sostenibile, come il bilanciamento dei servizi ecosistemici entro un determinato ambito e la rendicontabilità del processo attraverso specifici processi di monitoraggio.

Le sfide europee e gli obiettivi troppo ambiziosi

Gli obiettivi fissati dall’Europa per le infrastrutture verdi urbane rappresentano una sfida considerevole per l’Italia, che ha poche probabilità di attendervi con successo. La Strategia europea sulla biodiversità per il 2030 infatti chiede alle città con almeno 20.000 abitanti di elaborare piani di inverdimento urbano che includano la creazione di boschi, parchi e giardini ricchi di biodiversità, orti urbani, tetti e pareti verdi, strade alberate, contribuendo anche a migliorare i collegamenti tra gli spazi verdi ed eliminando l’uso di pesticidi e altre pratiche dannose per la biodiversità.

Il Regolamento sul ripristino della natura, stabilisce obiettivi quantitativi meno estremi ma comunque impegnativi. Entro il 2030, tutti gli Stati membri dovranno garantire che non si registri alcuna perdita netta di spazi verdi urbani né di copertura arborea urbana rispetto al 2021. Entro il 2040, la superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani dovrà aumentare di almeno il 3% rispetto al 2021, e di almeno il 5% entro il 2050. Inoltre, tutti i centri urbani dovranno garantire la presenza di almeno il 10% di copertura arborea entro il 2050, insieme a un guadagno netto di spazi verdi urbani integrati negli edifici e nelle infrastrutture esistenti e nuove.

Questi obiettivi richiedono un deciso cambio di passo nelle politiche per il verde urbano in Italia, soprattutto considerando gli incrementi risibili registrati nel periodo 2014-2021. Il raggiungimento dei target europei necessiterà di azioni concrete di ripristino delle aree degradate, come quelle previste dal fondo nazionale per il contrasto al consumo di suolo istituito dalla legge di bilancio per il 2023 con una dotazione di 160 milioni di euro nel periodo 2023-2027, risorse tuttavia sufficienti solo per il calcio d’avvio della partita, da giocarsi su un terreno particolarmente complesso qual è quello degli insediamenti italiani.

I benefici multipli delle infrastrutture verdi

Secondo la letteratura, le infrastrutture verdi offrono benefici che si estendono ben oltre la dimensione ambientale, generando impatti positivi sulla salute, sull’economia e sulla coesione sociale.

La Strategia europea ha sistematizzato questi benefici in diverse categorie che spaziano dall’efficienza nell’uso delle risorse naturali alla mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici, dalla prevenzione dei disastri naturali alla gestione delle acque, dalla conservazione della biodiversità al miglioramento della salute e del benessere dei cittadini.

Dal punto di vista della salute umana, numerosi studi hanno documentato i benefici del contatto con la natura in ambiente urbano. Gli spazi verdi contribuiscono alla riduzione dello stress, al miglioramento dell’umore e alla promozione dell’attività fisica. La presenza di vegetazione urbana è inoltre associata a una riduzione delle malattie cardiovascolari e respiratorie, grazie al miglioramento della qualità dell’aria e alla riduzione dell’inquinamento acustico.

Gli aspetti economici delle infrastrutture verdi presentano caratteristiche particolarmente interessanti. In alcuni casi le soluzioni basate sulla natura possono risultare più convenienti delle alternative tecnologiche tradizionali. Un tetto verde, ad esempio, può durare il doppio di un tetto tradizionale, riducendo nel tempo i costi di manutenzione e i consumi energetici dell’edificio (cosa comunque che deve essere valutata rispetto ai maggiori costi iniziali). La presenza di aree verdi aumenta inoltre il valore immobiliare dei quartieri circostanti, generando benefici economici indiretti per la comunità.

Sul piano sociale, gli spazi verdi urbani possono diventare luoghi privilegiati di aggregazione e coesione comunitaria, favorendo l’integrazione sociale e riducendo le disuguaglianze urbane. Tuttavia lo spazio verde deve essere studiato e progettato nell’insieme delle infrastrutture e delle reti cittadine, dai trasporti ai servizi, altrimenti con la stessa facilità si trasforma in spazio di degrado.

Secondo la letteratura (ma il dato dovrebbe essere verificato su base fattuale), l’agricoltura urbana, può rappresentare un’opportunità di educazione ambientale e di sviluppo di economie locali sostenibili, riconnettendo i cittadini con i processi produttivi alimentari e rafforzando il senso di comunità. Nelle aree urbane e periurbane è presente circa il 5% delle aziende agricole italiane, che gestiscono una superficie agricola di circa 652.937 ettari. Si tratta di aziende che possono offrire prodotti freschi, stagionali e locali, svolgendo un ruolo di connessione tra città e campagna e avvicinando produzione e consumo di cibo.

Se tutto questo sulla carta fila, nella realtà la profittabilità di questo tipo di agricoltura dal punto di vista imprenditoriale è tutto da dimostrare.

Non si considera inoltre che l’ambito urbano e periurbano è spesso stato oggetto di proliferazione industriale e presenta numerosi agenti di contaminazione, incompatibili con lo sfruttamento agricolo.

La letteratura (in molti casi condizionata da presupposti ideologici) si concentra sugli aspetti più bucolici connessi al verde urbano, tralasciando gli aspetti più prosaici, che tuttavia dal punto di vista più propriamente infrastrutturale presentano un’utilità rilevante per gli ambiti urbani e periurbani.

Rispetto agli agenti contaminanti, per esempio, infrastrutture ecologiche mirate possono essere ottimi strumenti di bonifica dei siti, che agiscano su tempi medi e permettano il reinsediamento di aree dismesse.

Ancora, l’uso massivo e razionale del verde urbano ha effetti immediati sul microclima locale, contribuendo “passivamente” alla mitigazione delle temperature, beneficio che si riflette sull’uso del riscaldamento e del raffrescamento artificiale, nonché all’equilibrazione dei tassi d’umidità, con benefici anche rispetto alla “salute” delle strutture grigie.

Tutto questo ovviamente ove il verde sia posizionato razionalmente e in funzione dello scopo da raggiungere e del “servizio” da offrire: i viali di palme stile Rodeo Drive possono soddisfare certi canoni estetici, ma dal punto di vista infrastrutturale valgono zero.

Solo in quest’ottica il verde si trasforma in un investimento e si giustificano attività e costi di mantenimento (che, al contrario delle infrastrutture grige, nelle infrastrutture verdi non sono periodici, ma continui).

Il ruolo del Centro di Competenza Nazionale

Il rapporto OCSE propone la creazione di un centro di competenza nazionale sulle infrastrutture verdi. Questa istituzione dovrebbe svolgere funzioni multiple: raccogliere e organizzare dati, sviluppare strumenti e manuali operativi, definire strategie di comunicazione, fornire consulenza a ministeri e governo per nuove strategie e leggi.

Il centro dovrebbe inizialmente effettuare un’analisi preliminare per ri-organizzare e sviluppare i dati, strumenti, manuali, siti web e piattaforme necessari per creare una solida base informativa. In una fase successiva, potrebbe servire come organo consultivo permanente per la definizione di politiche e normative.

Questa proposta risponde a una carenza strutturale del sistema italiano, comune ad altri ambiti di gestione del territorio: la mancanza di un punto di riferimento tecnico-scientifico autorevole e centrale che possa guidare amministrazioni locali, professionisti e decisori politici nell’implementazione delle infrastrutture verdi.

Osservazioni strategiche per l’attuazione

L’analisi dei risultati della legge n.10 del 2013 e delle esperienze di pianificazione locale porta a identificare alcune proposte strategiche per migliorare l’implementazione delle infrastrutture verdi in Italia. La prima necessità riguarda la piena attuazione della legge esistente, implementando gli aspetti ancora disattesi. All’articolo 6, ad esempio, non è stato monitorato l’aspetto fondamentale delle misure di vantaggio per il riuso degli insediamenti esistenti rispetto alla concessione di aree non urbanizzate.

Le misure “propagandistiche” (giornata dell’albero e compagnia) sono approssimative ed hanno carattere meramente celebrativo.

Le infrastrutture verdi presuppongono un vero e proprio cambiamento culturale rispetto alla tradizionale tendenza, fondata sulle infrastrutture grigie, presentano numerosi pregi, ma anche difetti. Se si parla di cambio di mentalità, è ovvio come la sensibilizzazione della cittadinanza rappresenti un aspetto importante (se non fondamentale) per il successo delle politiche di implementazione delle infrastrutture verdi, sensibilizzazione che dovrebbe lavorare su diversi piani, dalla comunicazione nazionale omogenea e chiara alla comunicazione locale coordinata, dalla sensibilizzazione approfondita rivolta ai portatori di interesse alla sensibilizzazione ad ampio spettro con il coinvolgimento diretto dei cittadini.

Un aspetto fondamentale riguarda poi la necessità di rendere obbligatori i Piani comunali del verde urbano. Attualmente questi strumenti sono volontari, ma la loro scarsa diffusione evidenzia la necessità di un approccio più incisivo. Attraverso una integrazione al Codice dell’ambiente nazionale, su cui lo Stato ha competenza legislativa esclusiva, occorrerebbe disporre che le leggi urbanistiche delle Regioni stabiliscano che gli strumenti di pianificazione comunale devono contenere obbligatoriamente come allegato i Piani del verde urbano. In questo modo si può andare oltre l’indicazione europea che si riferisce agli agglomerati urbani con popolazione superiore ai 20.000 abitanti, introducendo i Piani in tutti i comuni.

La questione del consumo di suolo rappresenta un nodo cruciale per lo sviluppo delle infrastrutture verdi. L’azzeramento del consumo netto di suolo è un obiettivo che l’Unione europea ha indicato per il 2050 e il Piano per la Transizione Ecologica italiano ha anticipato al 2030, ma in assenza di strumenti normativi adeguati. A livello continentale infatti l’”azzeramento del consumo di suolo” si è trasformato in una pura istanza ideologica, una sorta di slogan, che, se preso alla lettera (come purtroppo normalmente viene inteso) contraddice lo stesso concetto di “insediamento umano”, che di per sé è per sua natura connaturato con la trasformazione del territorio.

In realtà il concetto, depurato dalle valenze politico-ideologiche, consiste nell’azzeramento del consumo netto ingiustificato di suolo, che è cosa ben diversa rispetto all’azzeramento delle costruzioni a cui viene normalmente equiparato.

È necessario sul punto intervenire sul piano nazionale con una ampia riforma in cui si disciplini in modo razionale lo status delle aree non costruite, del riuso dell’esistente e della rigenerazione urbana, cosa non facile, soprattutto considerato che si dovrebbe partire dalla depurazione di questi concetti dalle connotazioni ideologiche che gli si sono accompagnate negli anni e che hanno portato alla sostanziale inattuabilità di qualsiasi intervento razionale.

Le aree di proprietà pubblica, sia statale che comunale, rappresentano un patrimonio significativo che può essere utilizzato come volano per incrementare le infrastrutture verdi nelle città. Stato e Comuni dispongono di un vasto patrimonio di aree disponibili che possono costituire siti idonei ad infrastrutture ecologiche pertinenti con il contesto. A patto di effettuare una ricognizione capillare di tali aree, cosa tutt’altro che scontata nell’ambito degli uffici di patrimonio degli enti locali.

Monitoraggio e valutazione dei progressi

Un aspetto fondamentale da tenere in considerazione per il successo delle politiche di infrastrutture verdi è lo sviluppo di sistemi di monitoraggio efficaci che permettano di valutare i progressi e orientare le decisioni future. L’obiettivo è perseguibile, da un lato attraverso una maggiore omogeneizzazione dell’informazione statistica e l’estensione della rilevazione periodica di ISTAT sul verde urbano almeno a tutti i comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti, prevedendo l’obbligo di comunicazione dei dati richiesti e le relative sanzioni in caso di omissione.

La cartografia e i dati derivanti dalle attività di monitoraggio del territorio e della copertura arborea condotte annualmente da ISPRA dovrebbero essere integrate all’interno dei piani comunali e utilizzate, come previsto dalla Legge 132/2016, come riferimento tecnico ufficiale da utilizzare ai fini delle attività di competenza della pubblica amministrazione. Il sistema dovrebbe includere indicatori standardizzati per valutare l’efficacia delle infrastrutture verdi nel fornire servizi ecosistemici e i benefici per la salute pubblica.

Le connessioni con lo sviluppo sostenibile

Le infrastrutture verdi urbane e periurbane dovrebbero produrre benefici estesi ben oltre il Goal 11 dell’Agenda 2030 dedicato a “Città e comunità sostenibili”, contribuendo al raggiungimento di molteplici Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. Nel campo della salute e del benessere, il Gruppo di lavoro ASviS sul Goal 3 include gli spazi verdi tra gli ambiti sui cui investire a breve termine per riorientare, rafforzare e rendere più sostenibile il sistema sociosanitario italiano.

Per quanto riguarda i sistemi alimentari, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura ha identificato cinque modi attraverso cui le città possono influenzare i sistemi alimentari, tra i quali è compreso l’aumento delle superfici verdi per incoraggiare l’attività fisica e ridurre i livelli di inquinamento. Le città devono riconnettersi con le aree periurbane, metropolitane e rurali circostanti, grazie a una rete ben pianificata di infrastrutture verdi e blu e alla conseguente migliore connettività ecologica tra verde urbano e aree agricole periurbane, favorendo l’agricoltura e l’orticoltura urbana, l’urban gardening e l’autoproduzione alimentare.

Nel settore della gestione idrica, le infrastrutture verdi contribuiscono alla protezione e al risanamento degli ecosistemi legati all’acqua, compresi fiumi, falde acquifere e laghi. La vegetazione ripariale connessa con le acque superficiali contribuisce alla fitodepurazione e alla qualità chimica ed ecologica della risorsa acqua, nonché alla stabilizzazione degli argini. Lo sviluppo di infrastrutture verdi e parchi lungo i numerosi fiumi che attraversano le città italiane, connettendole alle aree extraurbane e rurali, consente di aumentare la qualità degli ecosistemi fluviali e lo stato delle loro acque e al contempo di incrementare il livello di sicurezza delle sponde e del corpo fluviale di fronte ad eventi di piena, riducendo i rischi derivanti dalle esondazioni.

Le infrastrutture verdi e le soluzioni basate sulla natura riducono la vulnerabilità dei territori, degli insediamenti e delle infrastrutture grigie agli eventi meteorologici estremi come ondate di calore, frane e allagamenti e permettono di mitigare gli effetti legati alle temperature (soprattutto quando sono in rialzo) a regime (esempio emblematico è il fenomeno delle isole di calore, per il quale le infrastrutture verdi costituiscono la misura più efficace di contrasto).

Innegabili inoltre sono inoltre gli effetti “collaterali” delle infrastrutture biologiche in termini di creazione di habitat e quindi di tutela della biodiversità. Anche qui tuttavia è necessario distinguere tra effetti ulteriori ed effetti previsti, nonché quali habitat e che tipo di biodiversità: l’intervento bioinfrastrutturale include entrambi questi profili nell’ambito della sua progettualità, ma incontra la criticità principale (e direi “strutturale”) nel doversi integrare in modo armonico con l’ambiente preesistente, senza rompere l’equilibrio ecologico preesistente o ripristinando un equilibrio ecologico ove precedentemente assente. Per questo è necessario un approccio strettamente scientifico ed asettico, scevro da elementi valutativi ideologici componenti emotive o logiche nostalgiche. Non sono assenti infatti i casi in cui la reintroduzione di elementi naturali all’interno di determinati contesti si è rivelata dannosa per l’equilibrio ecologico del contorno, introducendo, ma soprattutto attraendo (fenomeno che deriva da carenze pianificatorie e di costruzione del quadro conoscitivo di base) specie invasive o incompatibili con il contesto ecosistemico su cui si è intervenuto.

Gli aspetti economici e il finanziamento

La valutazione economica dei servizi ecosistemici urbani rappresenta un elemento fondamentale e, al contempo, allo stato attuale, il punto dolente per giustificare gli investimenti pubblici e orientare le decisioni di pianificazione.

In ambito urbano, i servizi ecosistemici assumono particolare valore economico per la riduzione dei costi sanitari legati all’inquinamento, dei costi energetici per il contrasto alle temperature estreme, la riduzione dei rischi inerenti il dissesto geomorfologico e dei rischi idraulici, nonché la mitigazione dei rischi inerenti ai fenomeni meteorologici.

Esistono inoltre una serie di ritorni diretti per i privati, come ad esempio l’incremento del valore immobiliare delle proprietà vicine a spazi verdi, che necessitano di valutazione in ottica redistributiva.

La letteratura evidenzia inoltre benefici economici derivanti dal miglioramento della produttività lavorativa per effetto del mutamento del contesto, su cui è a mio parere porre le dovute riserve, osservando piuttosto come esistano effetti positivi ormai comprovati sull’umore determinati dall’immersione in contesto verde, che potrebbero indirettamente anche migliorare le prestazioni lavorative.

Sul fronte del finanziamento, l’Italia dispone di diverse risorse.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza prevede la misura “Tutela e valorizzazione del verde urbano e periurbano” con 330 milioni di euro nelle quattordici Città metropolitane, con l’obiettivo di piantare almeno 6,6 milioni di alberi entro il 2024.

La legge di bilancio per il 2023 ha istituito presso il Ministero dell’Ambiente un Fondo per il contrasto al consumo del suolo di 160 milioni di euro nel periodo 2023-2027, che potrà finanziare interventi di rinaturalizzazione dei suoli degradati in ambito urbano e periurbano.

Il Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano, avviato nell’aprile 2021 in collaborazione con ANCI e ISPRA, ha assegnato circa 80 milioni di euro per il triennio 2021-2023 a 82 comuni con popolazione superiore a 60.000 abitanti. Il programma prevede che almeno il 50% del finanziamento sia destinato a tipologie di intervento “green and blue”, che comprendono la forestazione urbana e periurbana e l’edilizia climatica come tetti e pareti verdi.

Tuttavia, come evidenzia l’OCSE, tra stanziare e spendere efficacemente c’è spesso un abisso. Mancano gli strumenti per integrare le soluzioni basate sulla natura negli appalti pubblici: come si scrive un capitolato per una foresta urbana? Quali sono i criteri di valutazione? Come si monitora l’esito?

Resta inoltre il problema della progettazione e pianificazione degli interventi: non si tratta solo di inserire alberi e piante, ma di selezionare specie idonee a raggiungere determinati obiettivi in certi contesti.

Infine, punto di non secondario rilievo, la componente manutentiva: nell’infrastruttura verde dobbiamo considerare il mantenimento costante, fin dal primo giorno, dell’intervento, sia sul piano della autoconservazione, sia sul piano del costo manutentivo vero e proprio, aspetti questi che determinano attenzioni sia dal punto di vista progettuale che organizzativo e di budget molto spesso sottovalutati o ignorati.

In un’ottica orientata alla infrastruttura grigia, gli aspetti pianificatori richiesti dalle infrastrutture verdi rimangono complicatissimi da prevedere e valutare.

Prospettive future e sfide emergenti

Le prospettive future per le infrastrutture verdi in Italia sono influenzate da diverse tendenze convergenti, in parte purtroppo legate a concezioni contingenti.

Il fatto di aver legato la promozione delle infrastrutture verdi al contesto dei cambiamenti climatici ha conferito urgenza all’implementazione di soluzioni basate sulla natura solo sulla carta, in un’ottica di marca spiccatamente ambientalista e poco infrastrutturale.

Altro aspetto comunicativo discutibile è l’enfasi posta sull’evoluzione tecnologica, che, se offre indubitabilmente nuovi strumenti per la progettazione, gestione e monitoraggio degli spazi verdi urbani è totalmente inutile senza un cambio di mentalità rispetto a come concepiamo le infrastrutture e lo spazio urbano.

L’integrazione di sensori IoT, intelligenza artificiale e piattaforme digitali può migliorare significativamente l’efficienza nella gestione del verde urbano solo se prevista nell’ambito di una sua pianificazione efficace. Non dimentichiamo poi che l’infrastruttura verde, come un qualsiasi ecosistema, deve tendere all’equilibrio ed all’automantenimento, non può dipendere da tecnologie che, se malauguratamente va offline un servizio come Cloudflare o si verifica un blackout, smettono istantaneamente di funzionare.

Le sfide emergenti includono l’adattamento alle nuove condizioni climatiche attraverso la selezione di specie a un tempo resilienti e compatibili con il contesto biologico esistente e la gestione dei rischi da eventi estremi.

Nel campo della biodiversità urbana, è necessario bilanciare la conservazione delle specie autoctone con il controllo delle specie invasive, creando corridoi ecologici che colleghino gli spazi verdi urbani con le aree naturali circostanti e pianificare le interazioni tra l’ambiente biologico urbano, quello periurbano e quello agreste. Come si vede si tratta, più che di un ritorno alla natura, di un’ingegnerizzazione dello spazio urbano e del territorio in chiave ecologica ed ecosistemica.

Un aspetto particolarmente sentito, ma che dovrebbe essere di per sé neutralizzato da un corretto modo di concepire le infrastrutture verdi nello spazio urbano, riguarda l’equità sociale nella distribuzione degli spazi verdi. Gli studi e le direttrici attuali puntano molto sul rischio che le infrastrutture verdi vengano progettate in modo da essere accessibili solo ad alcune  fasce sociali (quelle economicamente e socialmente privilegiate) e possano quindi diventare motore di fenomeni di gentrificazione verde che potrebbero escludere le comunità vulnerabili.

Il fatto che molti operatori temano questo tipo di rischi è la dimostrazione che, per quanto ci si sforzi di approcciare il tema in modo progressista, molti dei promotori dello sviluppo delle infrastrutture verdi sono ancora legati al concetto ottocentesco di verde urbano, considerandolo alla fine alla stregua di un abbellimento che possiamo riservare ai quartieri alti ed escludere dai quartieri popolari.

L’evoluzione verso città verso modelli basati sull’uso massivo di strutture verdi (o blu)  richiede prima di tutto un cambio di mentalità: non si tratta di abbellire parti di città, ma di concepire l’organismo urbano come la sintesi di strutture grigie e di strutture blu. È necessario anche un ripensamento dei modelli formativi e professionali al fine di sviluppare competenze interdisciplinari che integrino conoscenze di ecologia urbana, ingegneria naturalistica, pianificazione territoriale, scienze sociali ed economiche. Le università e gli enti di ricerca, se uscissero dai loop ideologici che spesso li affliggono, avrebbero un ruolo cruciale nel formare le competenze necessarie e nel sviluppare soluzioni innovative.

Il ruolo della ricerca e dell’innovazione

Lo sviluppo delle infrastrutture verdi richiede un intenso lavoro di ricerca interdisciplinare che abbracci molteplici campi del sapere. Nel settore delle scienze naturali e ambientali, è fondamentale approfondire la comprensione dei processi ecologici urbani, dell’adattamento delle specie ai contesti cittadini e delle dinamiche dei suoli urbani e periurbani. La ricerca deve concentrarsi sulla quantificazione accurata dei servizi ecosistemici e sullo sviluppo di metodologie standardizzate per la loro valutazione.

Dal punto di vista ingegneristico e tecnologico, l’innovazione si concentra sullo sviluppo di Nature-Based Solutions sempre più efficaci. I sistemi di monitoraggio automatizzato basati su sensori remoti e l’analisi sistematica dei dati possono fornire informazioni preziose per la ricostruzione del quadro conoscitivo e la gestione ottimale degli spazi verdi urbani.

Le scienze sociali ed economiche contribuiscono con modelli per la valutazione economica dei benefici, lo sviluppo di sistemi di governance partecipata e l’analisi degli impatti sociali e distributivi delle politiche del verde.

Nel campo dell’urbanistica e dell’architettura, la ricerca si orienta verso l’integrazione progettuale multi-scala, dalla singola costruzione al quartiere fino all’area metropolitana. La rigenerazione urbana verde e l’architettura bioclimatica rappresentano campi di particolare interesse per lo sviluppo di soluzioni innovative.

In conclusione una sintesi: verso una nuova cultura urbana

L’implementazione diffusa delle infrastrutture verdi richiede prima di tutto, come abbiamo detto, un cambiamento culturale profondo nel modo di concepire e vivere la città. È necessario superare la tradizionale contrapposizione tra natura e artificio, sviluppando una visione integrata che consideri gli elementi naturali come componenti essenziali del sistema urbano. Questo cambiamento culturale deve coinvolgere non solo i tecnici e gli amministratori, ma l’intera comunità urbana.

Le amministrazioni locali hanno la responsabilità di guidare questo processo di cambiamento culturale attraverso politiche coerenti, investimenti adeguati e una comunicazione efficace sui benefici delle infrastrutture verdi. È importante che gli interventi di forestazione urbana siano accompagnati da campagne informative che spieghino ai cittadini i benefici concreti e le modalità di cura e gestione degli spazi realizzati.

Le infrastrutture verdi rappresentano un elemento chiave per l’efficientamento delle città italiane, ma la loro implementazione efficace richiede un approccio sistemico che integri pianificazione, normativa, risorse finanziarie e governance innovativa. L’analisi condotta, arricchita dal rapporto OCSE del 2023, evidenzia progressi significativi nella sensibilizzazione e nell’adozione di strumenti normativi negli ultimi dieci anni, accompagnati però da criticità persistenti che richiedono interventi strutturali.

I risultati ottenuti mostrano una crescente consapevolezza dell’importanza del verde urbano, testimoniata dall’aumento dei comuni che aderiscono agli obblighi di legge e dall’adozione di strumenti di gestione sempre più diffusi. Tuttavia, l’incremento quantitativo delle superfici verdi rimane limitato, insufficiente per raggiungere gli ambiziosi obiettivi europei entro il 2030 e il 2050. La scarsa diffusione della pianificazione strategica, evidenziata dal fatto che solo l’8% dei comuni capoluogo ha adottato un Piano del verde, rappresenta un ostacolo significativo per lo sviluppo coordinato delle infrastrutture verdi.

Il rapporto OCSE aggiunge un elemento di analisi importante: l’Italia presenta ancora un ampio margine di miglioramento per garantire un’implementazione più diffusa e omogenea delle infrastrutture verdi su tutto il territorio nazionale. Le criticità principali sono legate al quadro istituzionale frammentato, alla limitata capacità tecnica degli enti locali, e all’assenza di una cultura condivisa che consideri i servizi ecosistemici nelle decisioni di investimento.

Le esperienze virtuose di pianificazione locale, come quelle di Torino, Padova, e i casi studio analizzati dall’OCSE (Nodo Verde di Bari, M4 Milano, Diga di Ridracoli, Palermo-Messina), dimostrano che è possibile sviluppare approcci integrati e innovativi quando esiste una volontà politica chiara e una visione strategica di lungo periodo.

Le proposte strategiche individuate dall’analisi richiedono un impegno coordinato tra diversi livelli istituzionali. La piena attuazione della legge n.10 del 2013, l’introduzione dell’obbligatorietà per i Piani comunali del verde, l’approvazione di una legge plausibile sul consumo di suolo e lo sviluppo di sistemi di monitoraggio efficaci costituiscono le priorità normative immediate. L’approccio integrato proposto dall’OCSE, basato sui sei pilastri fondamentali, fornisce una roadmap operativa chiara che potrebbe guidare le politiche italiane nei prossimi anni.

Sul piano operativo, è fondamentale sviluppare modelli di governance multilivello che coinvolgano soggetti pubblici e privati in partnership innovative per la realizzazione e gestione delle infrastrutture verdi. La proposta OCSE di creare un centro di competenza nazionale rappresenta un elemento particolarmente importante per colmare il gap di conoscenze tecniche e fornire supporto sistematico alle amministrazioni locali, anche se richiederebbe, alla base, un ripensamento del sistema delle autonomie.

Il quadro climatico conferisce particolare importanza alle soluzioni basate sulla natura come strumento di adattamento e mitigazione. Gli eventi meteorologici estremi sempre più frequenti richiedono risposte immediate che possano aumentare la resilienza dei sistemi urbani fornendo co-benefici multipli in termini di qualità ambientale, salute pubblica e coesione sociale.

Il successo della transizione verso città più verdi dipenderà dalla capacità di superare la frammentazione settoriale, integrare conoscenze scientifiche e pratiche operative, mobilitare risorse pubbliche e private adeguate e mantenere una visione di lungo periodo nonostante i cambiamenti delle maggioranze politiche.

Bibliografia

Normativa e documenti ufficiali europei

La strategia europea per le infrastrutture verdi si basa su un corpus normativo articolato che include la Comunicazione della Commissione COM(2009) 147 “Libro Bianco sull’adattamento ai cambiamenti climatici”, che per prima ha riconosciuto il ruolo delle soluzioni basate sulla natura nell’adattamento climatico. La Strategia europea per la Biodiversità del 2011 ha posto le basi per un approccio integrato alla conservazione degli ecosistemi, mentre la Strategia COM(2013) 249 “Infrastrutture verdi – Rafforzare il capitale naturale in Europa” ha fornito la definizione operativa tuttora in uso.

Documenti più recenti includono la Strategia europea sulla biodiversità per il 2030, che stabilisce l’obiettivo di piantare tre miliardi di alberi entro il 2030, e la proposta di Regolamento sul ripristino della natura del 2022, che fissa obiettivi quantitativi vincolanti per gli Stati membri. L’Agenzia Europea dell’Ambiente ha contribuito con il rapporto “Green Infrastructure and territorial cohesion” del 2011, che presenta una rassegna di esempi e buone pratiche di integrazione delle infrastrutture verdi nel governo del territorio.

European Commission (2021). Technical guidance on the climate proofing of infrastructure in the period 2021-2027 (Commission Notice). Official Journal of the European Union.

Legislazione e strategia italiana

Il quadro normativo italiano si basa sulla legge n.10 del 14 gennaio 2013 “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”, prima normativa nazionale in materia. I documenti strategici prodotti dal Comitato per lo sviluppo del verde pubblico includono le “Linee guida per la gestione del verde urbano e prime indicazioni per una pianificazione sostenibile” del 2017 e la “Strategia Nazionale del Verde Urbano” del 2018, presentata al primo Forum mondiale sulle foreste urbane di Mantova.

La Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030, approvata nell’agosto 2023, dedica l’obiettivo specifico B.10 alla biodiversità urbana, mentre il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici include specifiche azioni per gli insediamenti urbani. Il Piano per la Transizione Ecologica del 2022 anticipa al 2030 l’obiettivo europeo di azzeramento del consumo netto di suolo.

MASE (2023). Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC). Roma.

MASE (2023). Strategia Nazionale per la Biodiversità al 2030. Roma.

Ministero delle infrastrutture e dei trasporti (2022). Cambiamenti Climatici, Infrastrutture e Mobilità. Roma.

Documenti OCSE

OCSE (2023). Un approccio integrato alle infrastrutture verdi in Italia. OECD Publishing, Paris.

OCSE (2020). 2020 Survey of Infrastructure Governance.

OCSE (2021). “Building resilience: New strategies for strengthening infrastructure resilience and maintenance”. OECD Public Governance Policy Papers, No. 05.

Letteratura scientifica fondamentale

Il framework concettuale dei servizi ecosistemici si basa sui lavori pioneristici di Costanza e collaboratori del 1997, che hanno stimato per la prima volta il valore economico globale dei servizi forniti dagli ecosistemi, e sul Millennium Ecosystem Assessment del 2005, che rappresenta la più completa valutazione mondiale dei servizi ecosistemici. Questi lavori hanno stabilito la classificazione standard in servizi di supporto, produzione, regolazione e culturali tuttora utilizzata.

Nel campo specifico delle infrastrutture verdi urbane, contributi significativi vengono dai lavori di Elmqvist e collaboratori del 2013 sull’urbanizzazione e i servizi ecosistemici, dai rapporti TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity) per le città e dagli studi dell’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti sui benefici delle infrastrutture verdi per l’adattamento climatico.

Costanza, R., et al. (1997). “The value of the world’s ecosystem services and natural capital”. Nature, Vol. 387, Issue 6630, pp. 253-260.

Millennium Ecosystem Assessment (2005). Ecosystems and Human Well-being: Synthesis. Island Press, Washington, DC.

Elmqvist, T. et al. (eds.) (2013). Urbanization, Biodiversity and Ecosystem Services: Challenges and Opportunities: A Global Assessment. Springer, Dordrecht.

Guinaudeau, C. (1987). Le Prèverdissement, planter avant de batir. Institut pour le développement forestier/Collection Mission du Paysage Nancy.

Malcevschi, S. e Bisogni, G.L. (2016). “Infrastrutture verdi e ricostruzione ecologica in ambito urbano e periurbano”. TECHNE – Journal of Technology for Architecture and Environment, n. 11, pp. 39-48.

Documenti di pianificazione e casi studio

Le esperienze italiane di pianificazione strategica del verde sono documentate nei Piani comunali di Torino e Padova, che rappresentano modelli di riferimento per l’integrazione delle infrastrutture verdi nella pianificazione urbanistica. Il Piano strategico dell’infrastruttura verde di Torino del 2021 è accompagnato da allegati tecnici che includono la valutazione dei servizi ecosistemici e l’analisi delle vulnerabilità climatiche.

L’esperienza di EXPO 2015 ha prodotto documentazione specifica sul Programma di Ricostruzione Ecologica Bilanciata, che ha sperimentato approcci innovativi alla compensazione ambientale. I metodi di valutazione utilizzati sono descritti nei documenti regionali della Lombardia, in particolare nel sistema STRAIN per la quantificazione del valore ecologico.

Comune di Torino (2021). Piano strategico dell’infrastruttura verde. Torino.

Comune di Padova (2022). Piano del verde comunale. Padova.

Regione Lombardia (2013). Tecniche e metodi per la realizzazione della Rete ecologica Regionale. Milano.

Rapporti tecnici e statistici

I dati quantitativi sull’evoluzione del verde urbano in Italia sono forniti dalle rilevazioni ISTAT “Ambiente urbano”, condotte annualmente sui comuni capoluogo, e dai Rapporti ISPRA sul consumo di suolo, che documentano l’evoluzione delle superfici artificializzate. L’ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile ha prodotto Position Paper specifici sulle infrastrutture verdi urbane e periurbane e sul governo del territorio per lo sviluppo sostenibile.

ISTAT (2023). Ambiente urbano – Rilevazione dati ambientali nelle città. Statistiche report, Roma.

ISPRA (2021). Gli indicatori del Clima in Italia nel 2021 – Anno XVII.

ISPRA (2023). Rapporto sul consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Rapporto SNPA, Roma.

Legambiente (2021). Rapporto Città Clima 2021 – “il clima è già cambiato”.

ASviS (2023). Position Paper – Infrastrutture verdi urbane e periurbane. Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, Roma.

Fonti internazionali e buone pratiche

L’esperienza internazionale è documentata nei rapporti dell’Agenzia per la Protezione Ambientale degli Stati Uniti sulle infrastrutture verdi, che hanno influenzato significativamente lo sviluppo delle politiche europee. I programmi urbani europei come il Patto dei Sindaci per il Clima e l’Energia forniscono esempi di implementazione locale delle strategie comunitarie.

La ricerca francese sul préverdissement, documentata nei lavori di Guinaudeau del 1987, ha influenzato lo sviluppo di tecniche innovative per l’integrazione del verde nella pianificazione urbanistica. Le esperienze di altri Paesi europei sono raccolte negli studi di valutazione promossi dalla Commissione Europea sui potenziali degli approcci ecosistemici per l’adattamento e la mitigazione climatica.

Interreg (ed.) (2019). Green Infrastructure Handbook: Conceptual and theoretical background, terms and definition. MaGICLandscapes project.

IPCC (2022). Summary for Policymakers. In: Climate Change 2022: Impacts, Adaptation, and Vulnerability.

IPCC (2022). Summary for Policymakers. In: Climate Change 2022: Mitigation of Climate Change.

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Quello di “territorio rurale” è uno di quei concetti tanto chiari nel senso comune (è campagna quel che non è città) quanto fumosi nel senso giuridico (in cui conta stabilire cosa sia città e cosa campagna).

A livello uniforme, si può azzardare una definizione in negativo: è territorio rurale ciò che è esterno al territorio urbanizzato.

Qui finiscono le generalizzazioni: quel che è interno al territorio urbanizzato e quel che è rurale lo stabiliscono le varie leggi regionali.

Per quel che concerne la regione Toscana, la disciplina del territorio rurale è contenuta nel capo III del titolo IV della legge regionale n. 65/2014 (Norme sul governo del territorio), titolato, appunto, “Disposizioni sul territorio rurale”, in venti articoli (da 64 a 84) recentemente novellati dalla L. R. Toscana n. 43 del 8.7.2016 (Norme per il governo del territorio. Misure di semplificazione e adeguamento alla disciplina statale. Nuove previsioni per il territorio agricolo. Modifiche alla l.r. 65/2014, alla l.r. 5/2010 e alla l.r. 35/2011).

Tali disposizioni sono integrate da quelle del regolamento di attuazione dell’articolo 84 della medesima legge regionale, contenente disposizioni per la qualità del territorio rurale (DPGR Toscana n. 63R del 25 agosto 2016).

La disciplina legale si suddivide in quattro sezioni: una prima sezione denominata “disposizioni generali”, contenente la disciplina della pianificazione rurale, la seconda e la terza contenenti la disciplina delle trasformazioni edilizie, differenziata a seconda che siano effettuate da imprenditori agricoli (sez. II) o da soggetti che non rivestono questa qualità (sez. III) e infine la quarta che disciplina il mutamento di destinazione d’uso agricola degli edifici, in cui è incluso anche l’art. 84 che tratta del contenuto del regolamento di attuazione.

In questo articolo voglio limitarmi a delineare uno schema di base della disciplina, rimandando ogni approfondimento ad eventuali futuri articoli.

Nella citazione delle disposizioni, dove non specifico, mi riferisco agli articoli e ai riferimenti (titoli, capi, sezioni ecc) della legge regionale.

I. Disposizioni generali

Il territorio rurale è definito dall’art. 64.

La definizione è in parte in positivo, in parte in negativo.

In positivo, il territorio rurale viene definito come composto da:

  • le aree agricole e forestali individuate come tali negli strumenti della pianificazione territoriale urbanistica di seguito denominate “aree rurali”;

  • i nuclei ed insediamenti anche sparsi in stretta relazione morfologica, insediativa e funzionale con il contesto rurale, di seguito denominati “nuclei rurali”;

  • le aree ad elevato grado di naturalità;

  • le ulteriori aree che, pur ospitando funzioni non agricole, non costituiscono territorio urbanizzato.

Residualmente il territorio rurale è definito in negativo nel seguente modo:  “E’ comunque considerato territorio rurale tutto ciò che è esterno al territorio urbanizzato come definito dall’articolo 4 (ovvero il territorio su cui insistono “i centri storici, le aree edificate con continuità dei lotti a destinazione residenziale, industriale e artigianale, commerciale, direzionale, di servizio, turistico-ricettiva, le attrezzature e i servizi, i parchi urbani, gli impianti tecnologici, i lotti e gli spazi inedificati interclusi dotati di opere di urbanizzazione primaria” NdR) e come individuato negli atti di governo del territorio comunali in conformità alla presente legge, al PIT, al PTC e al PTCM.

Il medesimo articolo 64 stabilisce i criteri per la pianificazione del territorio rurale, che vengono poi sviluppati nei successivi articoli della prima sezione.

La stessa definizione individua dei contenuti minimi di pianificazione, suddivisibili in due tronconi: aree ed edifici.

Per quanto riguarda le aree, si possono individuare tre categorie: aree rurali propriamente dette (art. 64 co. 1 lett. a), aree ad elevato grado di naturalità (art. 64 co. 1 lett c) e aree con funzioni non agricole (art. 64 co. 1 lett. d), escluse queste ultime di principio dalla disciplina dell’intero capo a meno che non vengano ricomprese specificatamente all’interno del territorio rurale con atto di pianificazione previo parere favorevole della conferenza di copianificazione di cui all’art. 25.

All’interno delle aree rurali propriamente dette si possono individuare gli ambiti di pertinenza dei centri e nuclei storici (art. 64 co. 3 lett. a e art. 66), gli ambiti periurbani (art. 64 co. 3 lett. b e art. 67) e i paesaggi agrari e pastorali di interesse storico (art. 64 co. 3 lett. c).

Per quanto riguarda gli edifici (art. 64 co. 1 lett. b e art. 65), essi si distinguono in nuclei rurali ed edifici sparsi e all’interno dei nuclei rurali si può delineare il sottoinsieme dei centri e nuclei storici (art. 64 co. 3 lett. a e art. 66).

Nella prima sezione vengono inoltre delineati gli obiettivi della pianificazione, ricompresi nella definizione di “qualità del territorio rurale” (art. 68), nonché il limite esterno del potere di pianificazione, che non può dettare prescrizioni in merito alle scelte agronomico-cultuali, anche poliennali, delle aziende (art. 69).

II. Disciplina delle trasformazioni

In tema di trasformazioni edilizie, la normativa impone alcune differenziazioni.

La prima grande differenziazione è data dalla sussistenza della qualità di imprenditore agricolo in capo a chi vuol effettuare l’intervento.

La sezione II delinea la disciplina delle trasformazioni effettuabili dall’imprenditore agricolo, introducendo un altro spartiacque, costituito dalla presenza o meno di un programma aziendale, che, a certe condizioni, può aver anche valore di piano attuativo ai sensi dell’art. 107, che viene definito nei contenuti dall’art. 74 della legge e dagli artt, da 7 a 10 del regolamento di attuazione e la cui realizzazione è garantita da una convenzione o da un atto unilaterale d’obbligo.

In massima sintesi, la presenza di un programma aziendale permette l’effettuazione di interventi maggiormente invasivi (ristrutturazioni urbanistiche, nuove costruzioni anche ad uso abitativo ecc.) rispetto a quelli effettuabili in assenza di esso.

Le tipologie di interventi realizzabili con o senza programma aziendale sono stabilite dagli artt. da 70 a 74 della L.R. e dagli artt. da 1 a 6 del regolamento.

Nella medesima sezione si detta altresì la disciplina dell’asservimento di immobili a destinazione commerciale o industriale allo svolgimento di attività agricola (art. 75 L.R. integrato dall’art. 11 Reg.), e viene disposto un vincolo decennale di inedificazione (salvo qualche eccezione specificatamente indicata) in caso di trasferimento o affitto di fondi al difuori del programma aziendale (art. 76).

La successiva sezione III disciplina le trasformazioni effettuabili da soggetti diversi dagli imprenditori agricoli, ridotte rispetto a quanto effettuabile dalle aziende agricole, specie con programma aziendale.

Si disciplinano dunque le trasformazioni delle aree di pertinenza degli edifici (art. 77), la realizzazione di manufatti per l’attività agricola amatoriale e per il ricovero di animali domestici (art. 78 L.R. e artt. 12 e 13 Reg.), nonché gli interventi sul patrimonio edilizio esistente con destinazione non agricola (art. 79), orientati sostanzialmente alla conservazione e al miglioramento funzionale, nel rispetto della ruralità del contorno.

Si detta inoltre la disciplina degli interventi in aree soggette a vincolo idrogeologico e delle opere antincendi boschivi (art. 80).

III. I mutamenti di destinazione d’uso agricola degli edifici

La sezione IV tratta dei mutamenti della destinazione d’uso agricola degli edifici, inserendo diverse limitazioni.

In via generale sono stabiliti il divieto di mutamento di destinazione d’uso in perpetuo per gli annessi agricoli e per venti anni per gli edifici rurali ad uso abitativo, laddove edificati con dichiarazione inizio lavori successiva al 15.4.2007 (art. 81).

Per gli edifici rurali anche ad uso abitativo edificati con dichiarazione inizio lavori antecedente a tale data è invece possibile mutare la destinazione d’uso, ma alle condizioni di cui all’art. 82 (mutamento della destinazione d’uso agricola mediante programma aziendale) e 83 (interventi sul patrimonio edilizio che comportano il mutamento della destinazione d’uso agricola.

Link

Norme per il governo del territorio (LR Toscana n. 65/2014)

Regolamento di attuazione dell’articolo 84 della legge regionale 10 novembre 2014 n. 65 (Norme per il governo del territorio) contenente disposizioni per la qualità del territorio rurale (DPGR Toscana n. 63/R/2016)

acqua

Lo scorso 19 agosto è stato pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione Toscana (BURT parte I n. 37) il Decreto del Presidente della Giunta Regionale n. 61/R del 16 agosto 2016, che detta il “Regolamento di attuazione dell’articolo 11 commi 1 e 2 della legge regionale 28 dicembre 2015, n. 80 (norme in materia di difesa del suolo, tutela delle risorse idriche e tutela della costa e degli abitati costieri) recante disposizioni per l’utilizzo razionale della risorsa idrica e per la disciplina dei procedimenti di rilascio dei titoli concessori e autorizzatori per l’uso di acqua. Modifiche al d.p.g.r. 51/R/2015”.

Il regolamento in parola è stato emesso, come da rubrica, in adempimento al disposto dell’art. 11 della L.R. 80/2015, che stabiliva l’onere per la regione di emanare entro centocinquanta giorni dalla sua entrata in vigore, uno o più regolamenti volti a garantire, in modo omogeneo su tutto il territorio regionale, la riduzione dei consumi da parte degli utilizzatori di acque (comma 1), nonché a delineare la disciplina dei procedimenti per il rilascio dei titoli concessori e autorizzatori per il prelievo di acqua pubblica e la ricerca di acqua (comma 2).

Il nuovo regolamento, suddiviso in 5 titoli, è finalizzato alla tutela della risorsa idrica nell’ottica del contenimento dei consumi, della prevenzione delle crisi idriche e della riduzione dei costi ambientali, e delinea una disciplina dettagliata riguardo l’utilizzo (e i limiti all’utilizzo) della risorsa idrica a fini energetici, agricoli, produttivi e domestici, il risparmio idrico e il riutilizzo, la perforazione e captazione, i relativi procedimenti autorizzatori, le garanzie e le sanzioni.

Il testo è corredato di quattro allegati, che riportano tabelle ed elenchi riguardanti l’uso degli acquedotti, il livello di efficienza potenziale degli impianti di irrigazione, i criteri per la valutazione dei fabbisogni irrigui e i contenuti delle domande, delle comunicazioni e gli allegati tecnici.

Lo schema è il seguente:

  • TITOLO I – DISPOSIZIONI GENERALI
  • TITOLO II – DISPOSIZIONI PER L’UTILIZZO RAZIONALE DELLA RISORSA IDRICA
    • Capo I – Condizioni e criteri per il rilascio di concessioni di derivazione
    • Capo II – Perforazioni ed estrazioni di acque finalizzate al controllo piezometrico e alle estrazioni locali di acque calde a fini geotermici
    • Capo III – Disposizioni per la determinazione dei canoni di derivazione delle acque
    • Capo IV – Disciplina degli usi domestici delle acque sotterranee
    • Capo V – Misure incentivanti il riciclo e il riutilizzo
    • Capo VI – Disposizioni in materia di misurazione dei prelievi e delle restituzioni di acqua pubblica. Modifiche al DPGR 51/R2015 (Regolamento di attuazione dell’articolo 12 bis, comma 4 lettere E) ed F) della legge regionale 11 Dicembre 1998, n. 91 – Norme per la difesa del suolo. Disciplina degli obblighi di misurazione delle portate e dei volumi dei prelievi e delle restituzioni di acqua pubblica e delle modalità di trasmissione dei risultati delle misurazioni).
  • TITOLO III – PROCEDIMENTI PER IL RILASCIO DEI TITOLI CONCESSORI E AUTORIZZATORI RELATIVI AL PRELIEVO DI ACQUA PUBBLICA
    • Capo I – Avvio del procedimento e istruttoria
      • Sezione I – Disposizioni generali
      • Sezione II – Disposizioni in materia di produzione di energia elettrica da fonte idraulica
      • Sezione III – Disposizioni in materia di acque sotterranee
    • Capo II – Conclusione del procedimento ed esecuzione dei lavori
    • Capo III – Garanzie
    • Capo IV – Procedimenti connessi
    • Capo V – Estinzione della concessione
    • Capo VI – Procedure semplificate
    • Capo VII – Disciplina dell’uso plurimo delle acque
  • TITOLO IV – SANZIONI
  • TITOLO V – NORME TRANSITORIE E FINALI
  • ALLEGATO A – USI DEGLI ACQUEDOTTI
  • ALLEGATO B – LIVELLO DI EFFICIENZA POTENZIALE DEGLI IMPIANTI DI IRRIGAZIONE
  • ALLEGATO C – CRITERI PER LA VALUTAZIONE TECNICA DEI FABBISOGNI IRRIGUI
  • ALLEGATO D – CONTENUTI E DELLE DOMANDE, DELLE COMUNICAZIONI E ALLEGATI TECNICI

Di seguito il link al provvedimento in formato pdf

Testo del DPGR Toscana n. 61/R/2016

Aggiornamento dello 11.9.2016: di seguito pubblico l’avviso di rettifica del provvedimento comparso sul BURT Parte Prima n. 39 del 9 settembre 2016 a correzione di alcuni refusi non corretti in sede di pubblicazione sul bollettino.

Avviso di rettifica del 9.9.2016 (BURT Parte Prima n. 39 del 9.9.2016)

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